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Nota dell'associazione degli industriali ascolani

Confindustria: il Piceno è a rischio abbandono

«Continuare a pensare di avere aziende che offrano lavoro stabile a vita è un'illusione»

Ascoli - «Il fenomeno dell'abbandono del territorio italiano da parte di stabilimenti di imprese multinazionali, che trovano altrove migliori condizioni per essere competitivi, è noto a tutti».

Così fa sapere, in una nota, Confindustria Ascoli.
«La nostra provincia - prosegue il comunicato - nel periodo dell'intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno è stata beneficiata da un copioso numero di imprese grandi che vi si sono insediate.

Oggi però rischia più di altre in quanto l'alta densità di aziende internazionali e multi localizzate rende “a rischio abbandono” un discreto numero di imprese che a tutt'oggi rappresentano un notevole serbatoio  per l'occupazione locale. Ignorare questo rischio strutturale del nostro tessuto produttivo,  sarebbe un errore. Continuare a pensare di avere aziende che offrano lavoro stabile a vita è un'illusione.

Condividiamo quindi le preoccupazioni di quanti pensano che le nostre imprese possano trovare siti che consentano maggiore competitività rispetto al territorio della provincia.

E' una presa di coscienza di una situazione che merita di essere affrontata su basi nuove. Sbagliato sarebbe pensare di vivere ancora al di sopra delle nostre possibilità: le continue richieste economiche, condite da estenuanti trattative per tutto – flessibilità, cambi-turno, formazione finanziata, straordinari e quant'altro attiene oggi alla normale gestione quotidiana di ogni impresa – sono anacronistiche e a volte paradossali per aziende che lottano quotidianamente per non chiudere il sito ascolano e trasferirlo.

Sorprende però che gli stessi che oggi manifestano preoccupazione per il futuro di aziende che, magari, per evitare licenziamenti, scelgono la strada della solidarietà, non abbiano mostrato lo stesso accorato timore quando, appena l'anno scorso, a fronte di un aumento di ordini inaspettato, proclamavano uno “sciopero permanente” nelle giornate di sabato (l'azienda applica l'orario su 6 giorni la settimana), lunedì e mercoledì, rendendo di fatto “facoltativo” il lavoro in quelle giornate e arrecando danni evidenti alla azienda (ritardo nelle consegne) nonché all'immagine del sito produttivo.

E chi si preoccuperà domani della più grande azienda dell'ascolano che “per motivi di regolarità formale” è costretta a riprendere in pianta stabile lavoratori che aveva assunto a tempo determinato negli anni passati? Chi si preoccuperà quando  l'azienda si troverà con un esubero di personale e dovrà decidere se ristrutturare o chiudere per navigare verso altri lidi? Forse coloro che, per un malinteso senso di solidarietà nei confronti dei colleghi precari che, d'incanto, si sono scoperti non più precari? O forse chi invita a “non svendersi per un piatto di lenticchie”, non rischiando certo il posto di lavoro?

Nonostante tutto chi fa il nostro lavoro crede ancora nella mediazione e nella possibilità di fare accordi attraverso i quali siano contemperati interessi apparentemente contrapposti, realizzando un equilibrio tra esigenze dello sviluppo e quelle della coesione sociale. Si raggiunge questo equilibrio, però, solo tenendo conto delle difficoltà/opportunità che il mercato globale presenta: la perdita di competitività - conclude la nota - porta inesorabilmente alla dismissione dei siti produttivi a meno che non si reagisca prontamente e responsabilmente con i necessari cambiamenti richiesti dai mercati stessi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA | la redazione

inserito il 13 7 2010 alle 11:33
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