Editoriale

Il modello che non c'è

13 Novembre 2012

Andrea Pomozzi

13 Novembre 2012 17:41

A partire da una corretta analisi delle recenti dinamiche economiche, per terminare con una visione di ipotetici scenari di sviluppo che possiedano elementi di realtà.
Qualche giorno addietro, durante un incontro con alcuni esponenti politici locali, ho ascoltato per l’ennesima volta una lettura della situazione contingente, la quale individuerebbe in un “errato” modello di sviluppo intrapreso in passato, la responsabilità della grave situazione socio-economica in cui versa questo territorio. Questa interpretazione dei fatti, che sembrerebbe andare per la maggiore oggigiorno, farebbe risalire alla Cassa del Mezzogiorno e alle “grandi” industrie del Piceno l’origine di tutti i mali che questa Provincia sta sperimentando. Quindi la maggiore responsabilità apparterrebbe ai lavoratori che avrebbero scelto in passato di lavorare nelle grandi aziende, percependo magari un discreto salario, invece di aprire botteghe artigiane o piccole iniziative imprenditoriali radicate sul territorio. Così come parimenti la responsabilità sarebbe della Cassa del Mezzogiorno che avrebbe “drogato” l’economia locale, favorendo solo il profitto delle grandi imprese, le quali avrebbero poi abbandonato la zona, una volta cessati gli incentivi.

Questa analisi, espressa qui con estrema sintesi, risulta essere parziale e carente sotto molti punti di vista, in quanto penso non tenga in giusta considerazione il contesto storico e geografico dell’area. L’industria, media o grande che sia, nei decenni ha distribuito benessere; ha sviluppato una moltitudine di piccole e piccolissime imprese dell’indotto; ha fatto in modo che molte famiglie avessero un reddito certo per far studiare i propri figli; ha permesso l’innalzamento del livello culturale e sociale di decine di migliaia di persone; ha dato una speranza ed un tenore di vita dignitoso a coloro che vedevano nella misera agricoltura rurale l’unica possibilità di futuro. Nella eccessiva semplificazione dell’analisi non posso non scorgerci purtroppo, accanto a disinformazione, anche un tentativo di deresponsabilizzazione. Un interesse, credo, a scaricare su buona parte della società civile, le colpe di un fallimento politico-amministrativo. È un dato di fatto che non si è saputo contrastare o quantomeno arginare la chiusura e la fuga di molte aziende. È un dato di fatto che stiamo assistendo da più di tre anni ad una continua deindustrializzazione del territorio. Per cui di fronte al dramma di migliaia di disoccupati e alla conseguente grave situazione di moltissime famiglie, credo che la politica tutta dovrebbe mettere in campo una operazione di trasparenza e di verità, analizzando gli errori commessi e individuando le reali responsabilità. Sono convinto sia questa premessa indispensabile per la soluzione di qualunque problema.

Certo, ci sono anche le responsabilità dei singoli, anche degli imprenditori ed una crisi economica mondiale, ma la politica avrebbe dovuto e potuto in tempi “non sospetti” vigilare ed indirizzare. Le sollecitazioni da parte della politica in passato sarebbero potute essere ben altre: incentivi per promuovere l’efficienza e gli investimenti in innovazione, stimoli per una reale meritocrazia nelle assunzioni. Tutto ciò avrebbe innalzato la tanto decantata produttività di queste imprese, rendendole di conseguenza maggiormente competitive all’interno dello scenario attuale.

Ma la mia, caro direttore, non vuole essere una generalizzata e sterile critica alla classe dirigente, bensì il tentativo di non far morire quelle idee positive che hanno condotto l’Italia negli anni passati ad un livello di sviluppo invidiato dal mondo intero. Quelle stesse idee potrebbero oggi aiutare il territorio a prendere consapevolezza dei veri problemi e delle reali soluzioni.

La tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno ha funzionato in modo eccellente fino agli anni settanta, quando il decentramento di molte funzioni al livello regionale ha portato ad inefficienze e clientelismo. In venti anni di funzionamento con una spesa per lo Stato, attualizzata ai valori correnti di circa 32 miliardi di euro, l’Italia seppe tirare fuori dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di italiani: creando tra l’altro due milioni di ettari di terra irrigua, costruendo 62 dighe, 52 acquedotti, sistemi fognari, modernizzando (“depolverizzando“) 20000 km di strade, costruendo 6000 km di nuove strade, elettrificando linee ferroviarie e avviando numerose attività industriali. Per avere un parametro di confronto, la Germania dell’Ovest nei 20 anni seguenti l’unificazione, per innalzare il livello economico ed industriale della Germania dell’Est (che comunque aveva una base industriale discreta e non partiva da un’economia rurale come quella del Mezzogiorno italiano) ha speso qualcosa come 1600 miliardi di euro! Il problema dunque non può essere individuato in uno strumento che è riuscito a far passare una larga fetta dell’Italia (ed anche il nostro territorio, ci piaccia o no) da una economia prevalentemente agricola ad una di tipo industriale.

Il problema non può neppure essere cercato nello scarso spirito di iniziativa della nostra gente. Sfogliando l’ultimo rapporto ISTAT (2012), si scopre che l’Italia è ai primi posti al mondo per quanto riguarda la diffusione capillare dell’imprenditoria. Nelle pagine del rapporto si legge: <<Nel 2009 in Italia il tasso di imprenditorialità – calcolato come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese – è di poco inferiore al 32%. La propensione all’imprenditorialità risulta elevata in tutte le ripartizioni geografiche, con valori nettamente superiori alla media europea>>1. Nonostante ciò, secondo un rapporto della CGIA di Mestre, dall’inizio dell’anno, in Italia hanno chiuso più di mille imprese al giorno. E questo purtroppo vale anche per quelle aziende nel Nord, dove servizi ed infrastrutture sono più avanzati che nel nostro territorio. Possiamo forse affermare che le piccole e piccolissime imprese che sarebbero dovute nascere nel Piceno, in sostituzione delle “grandi imprese”, si sarebbero oggi salvate? Avrebbero retto all’urto devastante della globalizzazione? Difficile crederlo.

Eppure il modello su cui gli amministratori locali oggi vorrebbero scommettere è proprio quello: “piccolo è bello”. Il modello che sento decantare è “più turismo, più cultura, più servizi, meno produzione”. Del resto direttore lei forse ricorda le parole di alcuni esponenti politici, appartenenti a schieramenti diversi, che qualche anno addietro consideravano eccessivamente alta la percentuale di manifattura industriale della nostra regione e della nostra provincia. Nel mezzo di questa crisi occupazionale, questi politici sarebbero pronti oggi a ripetere quelle stesse parole?

Qualche mese fa durante un'intervista, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, si esprimeva così: «Basta con il "piccolo è bello", bisogna convincersi che bisogna crescere, avere dimensioni maggiori per reggere la concorrenza globale, per poter fare investimenti in tecnologia, per entrare in nuovi mercati e permettersi il lusso di sbagliare, di riprovare, di aspettare, di osservare e magari di avere successo solo dopo cinque anni come succede in un mercato come quello cinese dove oggi noi abbiamo 250 negozi»2. Insomma ora il “pensiero comune” ci vorrebbe spingere verso un modello che sta dimostrando tutti i suoi limiti di fronte al mondo globalizzato, un modello che non ha retto di fronte a questa grave crisi e che ha dimostrato in fin dei conti di non funzionare. Nonostante la crisi sistemica si sviluppi su una scala internazionale, paesi come la Germania, l’Olanda, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, reggono meglio sul piano economico, proprio a fronte dei loro grandi gruppi industriali e grazie ad un più elevato livello tecnologico dei loro prodotti. Al contempo noi siamo stati relegati tra i PIIGS d’Europa.

Si vorrebbe quindi proporre un “modello di sviluppo alternativo”, ma a ben vedere alternativo a qualcosa che ha funzionato, bene, per decenni. Mentre di questo nuovo modello di sviluppo (servizi-turismo-cultura) non abbiamo e non abbiamo avuto esempi funzionanti, nel presente e nel passato. In particolar modo nei grandi Paesi industriali come il nostro, con ancora (per quanto?) un elevato benessere sociale, un alto livello scientifico, tecnologico e culturale, di questo modello alternativo non sembra proprio esserci traccia.

Insomma proprio come l’isola di Bennato. Un modello che non c’è.


1
Edizione 2012. NOI ITALIA. 100 STATISTICHE PER CAPIRE IL PAESE IN CUI VIVIAMO - ISTAT

Potrebbero interessarti


Sostieni Picusonline.it Effettua una donazione con PayPal

Picus On Line utilizza cookies per memorizzare informazioni sul tuo computer. Alcuni sono fondamentali per il funzionamento del nostro sito, altri ci aiutano a migliorare l'esperienza degli utenti. Utilizzando questo sito, acconsenti al posizionamento di questi cookies. Informazioni