Editoriale

MPS, dal 1472 al ... la separazione bancaria.

08 Febbraio 2013

Aureliano Ferri (@aurelianoferri)

08 Febbraio 2013 17:41

Riassumendo per coloro che nei giorni scorsi sono stati su Marte: La più antica banca del mondo ancora in attività, nel 2007 acquista Banca Antonveneta per 10,3 miliardi di Euro, una cifra 3 volte superiore a quanto la stessa Antonveneta fu acquisita, pochi anni prima, da ABN Amro e 1,5 volte superiore a quanto, pochi mesi prima, la stessa Antonveneta fu pagata da Banco Santander (poco più di 6). Tralasciamo la vicenda che vide l'ex governatore della Banca d'Italia Fazio mettersi (profeticamente?) di traverso all'epoca della prima vendita di Antonveneta e che gli costò un'incriminazione e una pesante condanna.

Ovviamente MPS dopo tale salasso si ritrovò insolvente e per coprire il buco si è messa a giocare con i derivati scommettendo e perdendo. Ora il governo è pronto a prestare a MPS circa 4 miliardi di Euro. Prestare, si fa per dire, perché il "prestito" non ha scadenza ed è "rimborsabile" con qualsiasi tipo di titolo, ovvero: in cambio dei soldi MPS può dare al governo la carta straccia che ha in portafoglio, compresi i biglietti del tram usati.

Questa crisi rischia quindi di mettere in cattiva luce il premier Monti in campagna elettorale, ma, di fronte alle banche probabilmente i signori al governo possono anche pensare di sacrificare qualche punto percentuale di consensi. Eh sì, perché ci troviamo di fronte al dilemma che si sono trovati davanti dal 2007 in poi, sia il governo americano, che la BCE (notare, da una parte un governo sovrano, dall'altra una ONG, ma lasciamo perdere), ovvero quello del "Too Big To Fail", "troppo grande per fallire". Il ragionamento prima di Bush, poi di Obama, poi della BCE è stato in pratica: se lasciamo fallire la banche decotte rischiamo di far saltare in aria l'intero sistema finanziario internazionale, perciò i governi devono farsi carico dei debiti del settore bancario e socializzarne le perdite, anche a costo di austerità brutale e macelleria sociale.

Eh no, cari signori, questa non può essere la soluzione.

Nel 1933, la crisi economica che nasceva dalla crisi finanziaria del 1929, negli USA infuriava impietosamente ormai da quattro anni, finché non fu eletto presidente Franklin Delano Roosevelt. Era allora agli sgoccioli la commissione di inchiesta Pecora sulle malversazioni del settore finanziario, che portò all'incriminazione di nomi altisonanti di Wall Street, grazie all'opera di Ferdinand Pecora, un avvocato oriundo della Sicilia, figlio di un calzolaio, che mise letteralmente alla sbarra nomi del calibro di J.P. Morgan.

A seguito della commissione Pecora furono approvate diverse leggi di regolamentazione del settore finanziario, tra cui, forse la più importante, la legge Glass-Steagall, che porta il nome dei due senatori che la promossero. In base ad essa una banca che volesse operare nel settore della raccolta del risparmio e del finanziamento alle imprese e alle famiglie, non poteva nella maniera più assoluta, nemmeno tramite partecipazioni, operare nel settore della finanza speculativa: era la separazione bancaria.

Già dopo soli cento giorni di presidenza Roosevelt l'economia americana si era già ripresa ed erano state gettate le basi per il riassorbimento della disoccupazione e per lo sviluppo (con buona pace di chi dice che fu la guerra a far riprendere gli USA).

Purtroppo la legge Glass-Steagall fu nel tempo annacquata fino alla completa abrogazione nel 1999, fatto che la commissione di inchiesta Angelides ha individuato come punto nodale della crisi finanziaria che oggi viviamo. In Italia si procedette a qualcosa di simile e, con il decreto Draghi (questo nome l'ho già sentito), negli anni novanta di fatto si instaurò un regime di banca universale.

Oggi con la separazione bancaria (quella vera) le banche d'affari, o speculative, sarebbero lasciate fallire e i governi potrebbero garantire solo le banche "tradizionali" senza dover gravare i bilanci e quindi le vite dei cittadini di fardelli che non competono loro. A proposito, sapete che l'Italia dovrà versare al ESM (il fondo salva-banche, pardon, salva-stati) circa 125 miliardi di euro?

Ricordate i mille miliardi di Euro, anche questi "prestati" da Draghi alle banche europee? Qualche famiglia o impresa ne ha visto un centesimo sottoforma di credito? Ovviamente no; le banche hanno preferito utilizzare quel denaro per cercare di sistemare i propri problemi o, al più, a lasciarlo in deposito alla BCE. Un altro vantaggio della separazione bancaria sarebbe che il credito erogato (necessariamente da uno stato sovrano) fluirebbe direttamente a chi ne ha più bisogno (e diritto), ovvero appunto famiglie e imprese.

Oggi il tema della separazione bancaria, soprattutto a seguito dello scandalo MPS, è saltato sulla ribalta della scena politica italiana, con molti leader che ora si svegliano e lo ripropongono quasi fosse una loro idea. Benvengano, per carità, ma permettetemi due appunti.
Il primo punto è che bisogna riconoscere che la prima figura a livello mondiale a mettere in evidenza la necessità di una nuova legge Glass-Steagall globale è stato l'economista e politico americano Lyndon LaRouche e il suo movimento internazionale, già da diversi anni (!). Lo stesso che aveva previsto questa crisi con anticipo di anni e che venne a parlarne anche ad Ascoli addirittura nel 2000!

Il secondo punto è che sotto il nome di separazione bancaria circolano ora proposte delle più disparate, che poco o nulla hanno a che vedere con una separazione netta: da quella Liikanen (Finlandia), a quella della commissione Vickers (Gran Bretagna), fino alla legge Dodd-Frank in USA che proprio non separa un bel niente.

Occorre quindi con urgenza una separazione netta tra le banche d'affari e le banche commerciali, e un credito nazionale (bestemmia per la finanzia privata internazionale e delle fondazioni bancarie nostrane) indirizzato a progetti di sviluppo dell'economia reale.

A voi giudicare se tali requisiti siano compatibili con il regime della moneta unica e della BCE. Ma questo è un'altro discorso.

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