L'opinione

Il giornalista e l'Effetto Werther, scelte morali e professionali

07 Aprile 2018

Contribuire a costruire in meglio una comunità implica responsabilità profonde. Una parola può produrre ferite più mortali di un'arma a volte. Per questo non si può giocare con il fuoco.

Gaetano Amici

07 Aprile 2018 11:00

Copertina originale e Goethe

Non troverete mai la notizia di un suicidio nelle nostre pagine. No, non si tratta di censura, ma di consapevolezza morale. E' un punto che ho mantenuto fermo fin dall'esame di idoneità professionale per diventare giornalista professionista.

Anche allora ho rischiato grosso di fronte alla commissione esaminatrice. Stavano per farmi fuori. Qualcuno dei membri pensò che avessi idee fasciste, per capire come nel caso del Ministero per la cultura popolare (Minculpop) del regime fascista che azzerava alcune notizie non favorevoli al regime nei confronti del popolo.

Allora mi toccò spiegare dal punto di vista scientifico e sociale il cosiddetto “Effetto Werther”. Si tratta ormai di “un dogma” a livello psichiatrico e psicanalitico: ogni volta che si parla di un suicidio sui media, nell'arco di pochi giorni, se ne provocano altri. La notizia dell'estremo gesto da parte di qualcuno spinge gli indecisi a decidersi nel metterlo in atto.


Perché “Effetto Werther”?


Johann Wolfgang Goethe pubblicò nel 1774 il suo libro “I dolori del giovane Werther”. L'opera di Goethe alla sua uscita provocò in Europa un'ondata di suicidi tanto che il libro venne ritirato.


Tra i primi a parlare di Effetto Werther fu il sociologo David Phillips in riferimento al romanzo nel quale il protagonista si suicida perché innamorato di una ragazza che poi si sposerà con un altro. Negli anni seguenti alla sua pubblicazione si susseguirono molti suicidi in giovani che avevano letto il romanzo. L'effetto si ripropose anche nei paesi nei quali vennero pubblicate traduzioni del libro.


Fenomeno analogo accadde in Italia dopo la pubblicazione nel 1802 del romanzo di Ugo FoscoloUltime lettere di Jacopo Ortis”.


Ora il dilemma per un giornalista è davvero profondo: da un lato egli deve dare le notizie, deve informare il pubblico, dall'altro questa consapevolezza scientifica e sociale lo pone di fronte ad una scelta che, come ripeto io ho già fatto da tempo.


E dunque rimango della convinzione che se proprio si deve dare una notizia di questo genere si debba rimanere nella continenza, poche righe e senza enfasi emotive.


Certo che l'aspetto cambierebbe nel caso, ad esempio, del suicidio di un personaggio di grande rilievo pubblico: un Presidente di una nazione e altri personaggi di questo calibro.


Perché, in fin dei conti la consapevolezza è una frusta poco domabile: conoscendo certi effetti psicologici conseguenti ad una notizia drammatica, dopo averla diffusa dormireste tranquilli?




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