Cultura

In 'Forme del paesaggio' Pericoli cortocircuita il suo magistero con il terrae motus del 2016: mostra mutazioni intime, interiori del paesaggio

26 Aprile 2019

Concettualmente la mostra è determinata secondo i canoni della poetica kleiana, essenzialmente sull’idea di arte non come rappresentazione mimetica della realtà, piuttosto come indagine che disvela l’interiorità delle cose. 

Clio Pizzingrilli

26 Aprile 2019 09:57

Tullio Pericoli

Ascoli - L’importante mostra di Tullio Pericoli, Forme del paesaggio, evento artistico di prim’ordine in corso di svolgimento ad Ascoli Piceno, esige di essere ripetutamente discussa, analizzata, questionata.

Nel pamphlet preliminare dell’esposizione viene richiamata l’idea paradossale dell’inesistenza di Ascoli Piceno, dovuta ad un breve, quanto fulminante testo di Giorgio Manganelli, per lo più assunta quale fantasia innocua di uno scrittore inarrivabile nell’invenzione del ghiribizzo; nondimeno il testo contiene una contemplazione dissimulata, lavora una realtà occultata, cioè lo spegnimento, l’evanescenza di una città, che pure ha inteso costruirsi secondo consapevoli istanze proprietarie ed egemoniche, rispondenti a paradigmi estetici ben istruiti, d’altro canto paralizzatasi nel corso dei secoli successivi entro ed attraverso il travertino stesso che la costituisce, divenuto specchio di una immobilità ossessiva, inquietante.

Concettualmente la mostra è determinata secondo i canoni della poetica kleiana, essenzialmente sull’idea di arte non come rappresentazione mimetica della realtà, piuttosto come indagine che disvela l’interiorità delle cose. Pericoli cortocircuita il suo magistero, le sue elaborazioni poetico-pittoriche con l’evento catastrofico che ha colpito il territorio locale, il terrae motus del 2016, per mostrare le mutazioni, per l’appunto intime, interiori del paesaggio.

Il fatto è che il territorio non risulta mutato solo dal terremoto, lo è anche o forse più dall’essere esso stato guastato, dagli anni settanta, ininterrottamente sino ai primi anni duemila, al limite dell’esplosione della bolla finanziaria nel 2008, dall’altrimenti resistibile assalto degli imprenditori edili, da ripetute, arronzate, scriteriate aggressioni industrialiste, rese possibili da susseguenti governance politico-finanziarie, le quali hanno disfatto l’armonia delle campagne, la figura garbata delle colline, il melodioso fluire di fiumi e torrenti, trasformando un paesaggio naturalmente, umanamente, poeticamente significativo in un miserabile compound di moduli prefabbricati in cemento armato, guarniti in bellavista di implausibili, smisurate denominazioni aziendali, ora svuotati, disattivati, dannati con tutta la disfatta che il loro insediamento ha comportato.

Ascoli ha tratto per secoli la propria ricchezza dalla forzatura delle capacità produttive di un fervido lavoro agricolo in regime mezzadrile prima, in seguito d’affitto, essendo per lo più una città rentier ovvero parassitaria, priva di una sua propria qualità produttiva; ha sostituito per pochi decenni tale ricchezza con le rimesse di un lavoro industrializzato di impronta fordista/toyotista; attualmente, in un contesto produttivo immateriale, pare non assegnarsi altri obiettivi che svendere sé stessa - per meglio dire, la città viene data in offerta, preda di solerti immobiliaristi che provvedono per la loro parte a depopolare il centro storico, ciò è a dire a espellerne il genius loci, allo scopo di attrarre un turismo quanto più massivo possibile, nella convinzione che l’inestimabile patrimonio, capitato in eredità ai suoi svagati abitatori, possa solo essere mercificato.

Infine, poste le soprascritte, sommarie considerazioni, l’interrogazione è che cosa possa, debba significare forma-paesaggio. Vengono in mente le Demolizioni di Mafai, opere mirabili nella loro incantevole povertà, nelle quali il pittore romano dà conto dell’alterazione del paesaggio della città immortale riconfigurantesi secondo le norme estetiche del fascismo; vengono in mente, va da sé, i paesaggi urbani di Sironi, ma forse più profondamente i paesaggi gallesi di Joseph Hermann, dove si rappresenta una duplice alterazione - quella primitiva, della potenza ctonia di una terra sventrata allo scopo di estrarre ricchezza dalle sue viscere, e la successiva, dello smantellamento di quegli stessi sventramenti, le miniere, nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso.

Per altro verso, non si intende il paesaggio italiano al di fuori del paesaggio dell’Italia appenninica, nel quale rientra il paesaggio ascolano implicitato nella valle truentina un tempo felix; esso evidenzia un carattere nostalgico, di modo che in questa prospettiva può interpretarsi l’esperienza moderna del paesaggio, dalle vedute pervase di platonismo dei rinascimentali, fino ai démontage di Cézanne o alle scomposizioni enigmatiche di Klee, attraverso le ripetibilità di Monet o gli appannamenti di Turner - se è vero, come è stato detto, che il paesaggio è l’elaborazione di una perdita, perdita di un pre-paesaggio o non-paesaggio che è la natura originaria, dunque di una vista non-visiva, la forma-paesaggio messa in mostra al Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno interroga intorno alla pensabilità, alla praticabilità del paesaggio entro cui si è gettati, intorno alla sua figura sul bilico di divenire rappresentazione panoramicata, nella quale il non-visivo rischia di trasmutarsi in visivo rimosso.



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