Lavoro

Confindustria Centro Adriatico preoccupata per l'impostazione data nel D.L. 'Cura Italia': Irresponsabile considerare Covid19 infortunio sul lavoro

04 Maggio 2020

La redazione

04 Maggio 2020 23:06

Simone Mariani
Ascoli - La possibilità che l'infezione da Covid19 sia riconosciuta infortunio sul lavoro, come previsto dal secondo comma del decreto Cura Italia e confermato dalle indicazioni operative dell'Inail, preoccupa le aziende ma forse, dovrebbe preoccupare anche i lavoratori.


Secondo il presidente di Confindustria Centro Adriatico Simone Mariani, “è irresponsabile anche solo l'idea che le imprese possano essere chiamate a rispondere civilmente e penalmente dell'avvenuto contagio pur non avendo alcuna responsabilità diretta rispetto all'evento. Purtroppo questa è l'ennesima riprova di un sistema vecchio e non in grado di tutelare coloro che generano occupazione e garantiscono la tenuta sociale del sistema Paese. Il rischio Covid è un rischio emergenziale, che - salvo alcune chiare eccezioni - è assolutamente esterno rispetto all'attività aziendale; esiste sul luogo di lavoro con le medesime potenzialità (e anzi stando ai dati mi divulgati dal Governo direi molto minori) che esistono in altri luoghi, per strada, quando si va a fare la spesa, o semplicemente in casa.”


D'altra parte al datore di lavoro è richiesto - come ad a tutti - di rispettare le indicazioni precauzionali dettate dal Governo sulla base delle valutazioni elaborate dalla comunità medico scientifica, senza avere la possibilità di incidere su di esse o farne di ulteriori, e di assumere iniziative diverse da quelle di cui è destinatario.


In particolare, l'adozione del protocollo aziendale per la regolamentazione delle misure di contenimento del contagio negli ambienti di lavoro è una prescrizione vincolante per il datore di lavoro ai fini della ripresa e dell'attività, ma si limita però ad adattare le misure previste nel protocollo nazionale sottoscritto dal Governo con le parti sociali alla propria specificità aziendale; né potrebbe essere altrimenti, considerata appunto la natura "estranea" del rischio da contagio rispetto ai rischi specifici oggetto di valutazione ai sensi del decreto 81/2008.


Perciò, se ad oggi la comunità scientifica non ha ancora trovato la "ricetta" per impedire il contagio, non si capisce perché sulle aziende debba pendere la spada di Damocle della responsabilità di non averlo impedito.


L'unico perimetro entro il quale il datore di lavoro può essere chiamato a rispondere è evidentemente quello della completa e corretta implementazione del protocollo in azienda.


“Abbiamo anche per questo organizzato, con grande successo e partecipazione di imprese, un webinar sabato mattina dove tutti i partecipanti alla fine hanno potuto porre le loro richieste di chiarimenti, arricchendo la discussione e le casistiche affrontate. Dovevamo concluderlo alle 12.30 ma alla fine ci siamo intrattenuti oltre un ora per il dibattito. E se da un lato sono fiero che gli imprenditori siano anche questa volta in prima linea ad interpretare normative non sempre chiare e pertanto, con grande senso di responsabilità, anche dimostrandosi disponibili ad adottare e proporre soluzioni migliorative rispetto a quelle strettamente prescritte, dall'altro mi rattrista vedere la loro apprensione quando si trovano a dover contrastare la strumentalizzazione del concetto di sicurezza aziendale, piegato a logiche di comodo che vorrebbero inserirvi un rischio di contagio che neanche la scienza ha ancora esattamente spiegato.”


“Il mio auspicio – conclude Mariani - è che questa chiave di lettura venga ben intesa da tutti coloro che saranno chiamati ad agire con responsabilità, ciascuno nel suo ruolo, nell'interesse comune del Paese, che oggi più che mai coincide con quello delle imprese: rilanciare gli investimenti, garantire l'occupazione e sostenere il reddito; è arrivato il momento di trasformare conflitti aprioristici nella migliore opportunità che abbiamo di voltare pagina e modernizzare le relazioni”.






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